In una luminosa mattinata romana, tra le pareti eleganti di uno studio in via XX settembre , Fabio Focarelli Barone – founder e managing partner di FB Capital Consulting – ripercorre con pragmatismo e passione il suo percorso, da executive internazionale a consulente e investitore che aiuta le PMI italiane a navigare un mondo sempre più competitivo e finanziario.
Fabio, lei ha un background da ex executive di multinazionali, con esperienze su più continenti. Come è nata FB Capital Consulting?
«Esatto, ho passato anni come executive, spesso in ruoli di CEO o simili, gestendo operazioni in Europa, USA, Sudamerica e vari paesi. Ho vissuto la complessità di multinazionali su larga scala – dai bilanci ai team di migliaia di persone, fino a gestire mensilmente flussi enormi per stipendi e investimenti. Quella fase mi ha dato una visione pratica, non teorica, dell’impresa. Dopo anni di esperienza interna ed esterna, ho fondato FB Capital Consulting con l’ambizione di supportare soprattutto le PMI italiane in un contesto dove il livello competitivo si è alzato drasticamente. Non basta più un’idea brillante, capitali o un buon network: serve quella “trick in più” per fare scelte consapevoli e responsabili. Dico sempre che non esiste una pozione magica universale, ma la scarpa giusta per ogni piede – cioè la strategia su misura per ogni azienda, un pò un approccio tailor made».
Il suo approccio è molto hands-on: lei non solo consiglia, ma investe direttamente. Come si coniugano i due ruoli?
«Indosso due cappelli: da un lato la consulenza boutique, dove agiamo come debt advisor e advisor per equity, aiutando le imprese a intercettare capitali di debito o di rischio, strutturandole professionalmente, colmando gap manageriali e accelerando lo sviluppo. Dall’altro, ho una investment company che investe direttamente in progetti in cui credo. Abbiamo già quattro filoni attivi: nel digitale, nel food – dove abbiamo acquisito una partecipazione qualificata in una catena nazionale importante – e nella nutraceutica, con una startup in maggioranza in cui sviluppiamo integratori funzionali per sonno, energia e benessere cognitivo, puntando molto sulla qualità. Sulla sostanza. Questa doppia prospettiva mi permette di parlare con gli imprenditori da pari: affronto gli stessi problemi che affrontano loro, dal cash flow ai network, ma con il rigore manageriale che impone di trovare la vera vocazione dell’azienda».
Cosa distingue FB Capital da tante altre società di consulenza?
«Molte nascono e crescono solo dentro la consulenza: conoscono i numeri, ma non la fatica reale di pagare stipendi, tasse, fornitori ogni mese. Io ho gestito realtà con migliaia di persone e flussi mensili da milioni solo per il payroll. Questa praticità crea un dialogo diretto, lineare, spesso un “innamoramento” con l’imprenditore: non c’è filtro, si parla di temi stringenti senza giri di parole. E poi c’è l’etica: non spingo operazioni solo per fatturare. Se vedo che un’azienda non è pronta – magari per un’espansione estera troppo ambiziosa senza basi solide – dico no, anche se significa perdere un incarico. Meglio un “no” oggi che un danno domani. Il mercato non perdona più errori come una volta: la competizione è feroce, post-Covid ancora di più».
Parliamo del Made in Italy: lei lo vede come un brand unico al mondo. Ma oggi la vera sfida è finanziaria, non solo produttiva.
«Il Made in Italy è un unicum: biodiversità culturale, gusto estetico innato, capacità di trasformare anche un semplice prodotto in qualcosa di desiderabile globalmente. Pensi a Ferrero, Luxottica che rivalutato il marchio Ray-Ban portandolo a icona, o Moncler ripreso da un imprenditore italiano e rilanciato tra i top brand mondiali. È design, qualità, retaggio culturale che i cinesi – per quanto bravi – non replicano in secoli. Ma viviamo in un’era finanziaria: da Lehman Brothers in poi, l’idea più geniale resta sulla carta senza capitali. Google, Amazon: algoritmi perfetti, ma servivano slot di investimento massicci per scalare. L’imprenditore italiano spesso resta ancorato al credito bancario tradizionale, mentre esistono fondi, minibond, equity, strumenti misti pubblici-privati. Il deficit culturale è enorme: molte PMI hanno prodotti esportabili, ma mancano canale distributivo, robustezza finanziaria, know-how per mercati esteri. Senza “corazzata” – finanza, struttura, partner – il prodotto più bello del mondo resta fermo».
Come aiuta le aziende a fare questo salto? E quando dice no?
«Prima di tutto ascolto: qual è la vocazione, l’ambizione reale? Non si tratta solo di “domani ti procuro 10 milioni”. Serve capire se l’azienda è pronta per un’operazione a cuore aperto: entrate dentro, analizzate dinamiche, correttivi. Spesso dico: “Non siete pronti per questo stage, consolidate sul mercato italiano prima”. Altre volte faccio push: vedo potenziale, risorse, rischio calcolato, e spingo per il salto. È un mix di esperienza, passione e razionalità limitata – non siamo Harry Potter. Le condizioni iniziali devono essere positive, poi il mercato premia chi è robusto e sa quando accelerare o frenare».
In sintesi, FB Capital non è solo consulenza: è un ponte tra managerialità internazionale, investimento reale e rispetto profondo per l’imprenditore italiano…
Fabio sorride: «Esatto. Aiutiamo le aziende a non sperare, ma a sapere. E a fare, con i piedi per terra ma guardando lontano. Perché il Made in Italy merita di conquistare il mondo, una leva finanziaria consapevole alla volta».


