WELLINGTON, Nuova Zelanda – In un contesto globale dove il termine “Made in Italy” rischia di essere inflazionato, c’è chi ne incarna l’essenza più autentica e profonda, portandola dall’altra parte del mondo. Alice Trinari, 34 anni, originaria di Perugia, è una di queste persone. Wedding planner e creative director, ha trasformato la sua doppia vita tra l’Umbria e Wellington, Nuova Zelanda, in un ponte culturale. Vi raccontiamo la sua storia, un intreccio di determinazione, famiglia e una visione quasi sacra della bellezza italiana.
Alice, partiamo con una curiosità: come ci hai conosciuti?
Il collegamento con la vostra rivista non è casuale. Ho seguito un master con la Fondazione Italia USA, e durante le lezioni ho avuto modo di ascoltare i tuoi interventi. È stata un’importante fonte di ispirazione. Quella che era una sensibilità innata ha trovato una struttura e ha potuto, finalmente, sbocciare in una professione concreta. È stato il trampolino di lancio per dare una forma definita al mio sogno.

Raccontaci le tu radici. Come hanno plasmato la professionista che sei oggi?
Le mie radici sono umbre, nel cuore verde d’Italia. Mi sono formata a Perugia, dove mi sono laureata in Giurisprudenza. Presto, però, ho capito che quella non era la mia strada. È stato allora che ho ceduto alla mia indole creativa e visionaria. Sono una persona determinata, proattiva: non mi limito a pensare le idee, mi metto in azione per realizzarle. L’amore per l’arte e la musica – ho cantato nel coro del liceo – e gli insegnamenti di una famiglia semplice ma ricca di valori, mi hanno trasmesso un senso estetico e un attaccamento alle origini che sono il carburante del mio lavoro. Mio padre dipingeva e faceva fotografia per hobby, e quei semi sono cresciuti in me.
Come si concilia questa formazione con il ruolo di Wedding Planner in Nuova Zelanda?
Tutto è connesso. Organizzare un evento significa fondere fotografia, estetica, narrazione. La mia ispirazione nasce dalla cultura italiana, che sento più che mai viva ora che vivo a Wellington. Sono qui con mio marito neozelandese – che peraltro è ora cittadino italiano – e le nostre due figlie. Dopo il trasferimento a gennaio, a maggio ho lanciato la mia attività di wedding & event planner e ho partecipato al mio primo exhibition all’Event Center di Lower Hutt. Da lì, ho iniziato a costruire una rete di contatti nel settore: ho conosciuto fornitori, fotografi, floral designer. Faccio selezione rigorosa: cerco chi è disposto a capire e a valorizzare l’italianità.
In concreto, come “racconti l’italianità” dall’altra parte del mondo?
Con fatica e con amore. Cerco di mantenere elementi italiani in ogni shooting o evento. Recentemente ho organizzato uno shooting alla Robert Orr Historic House, una location con un’architettura ispirata allo stile italiano, totalmente bianca. È un modo per portare un frammento di quella bellezza qui. Inoltre, da ottobre lavoro come personal assistant per un ristorante e shop di prodotti italiani d’importazione, “La Bella Italia LTD”. Questa collaborazione mi permette di integrare autenticità nei miei progetti, come l’organizzazione di “wedding market” con prodotti italiani. L’obiettivo è creare un’esperienza a 360 gradi, dove musica, stile e dettaglio parlano la nostra lingua.
C’è una comunità italiana a Wellington che ti supporta in questo percorso?
Sì, assolutamente. Sono connessa con la comunità italiana qui. Domani sera, ad esempio, esco con un gruppo di donne per l’inaugurazione dell’Italian Film Festival, un appuntamento fondamentale per noi. Per me è vitale che le mie figlie parlino italiano e non perdano questo legame. A casa parliamo solo italiano, è un patrimonio che voglio trasmettere loro.

Per te, cos’è il Made in Italy oggi?
Per me è una dimensione poetica quasi sacra. Qualcosa da proteggere e curare. È nella cultura, nel modo di essere, nella bellezza. Mi ha sempre colpito una frase del film La vita è bella di Roberto Benigni, dove il caposala, interpretato da Giustino Durano, dice: «Servire è il primo dei mestieri, e noi italiani lo sappiamo fare in un modo speciale». Questa frase mi risuona dentro. Noi abbiamo la capacità di rendere speciale anche il mestiere più umile. È un valore che chi vive all’estero comprende sulla propria pelle: certe cose, come i prosciutti umbri della mia terra, qui non si trovano, e la loro mancanza te ne fa capire l’immenso valore.
Le immagini dei servizi sono di Kindred Photography (https://www.kindred.photo/)
Il ritratto di Alice è di GiphotosItaly (https://www.giphotositaly.com/)




