In Italia si parla spesso di Made in Italy come sinonimo di qualità, manifattura, tradizione. Meno spesso si considera che, oggi, una parte sempre più rilevante di questa eccellenza passa da un altro fattore: la capacità di integrare innovazione e tecnologia nei processi reali.
Non si tratta solo di “fare innovazione”, ma di renderla concreta, applicabile, utile.
È in questo spazio — meno visibile ma decisivo — che operano alcune realtà italiane che contribuiscono a sostenere la competitività del sistema produttivo. È qui che si inserisce il percorso imprenditoriale di Clay Audino.
“Le cose devono funzionare”
Parlare con Audino significa entrare subito nel merito. Niente costruzioni teoriche, pochi giri di parole.
“Alla fine è semplice,” dice. “Le cose devono funzionare. Se non funzionano, le sistemi. Tutto il resto viene dopo.”
È un approccio diretto, concreto, che racconta bene il suo modo di fare impresa: non partire dal racconto, ma dal risultato.
Una logica che negli anni ha dato forma a un progetto costruito progressivamente, con grande coerenza.
Un’azienda costruita nel tempo
Da questa impostazione nasce Betacom, fondata oltre venticinque anni fa a Torino e cresciuta fino a diventare una realtà consolidata dell’innovazione Made in Italy, con oltre 650 professionisti, 8 sedi (6 in Italia e 2 all’estero) e una presenza sempre più strutturata anche a livello europeo.
Il gruppo sviluppa progetti di trasformazione digitale in ambito AgriTech, Industry, Insurance e Cybersecurity & AI, con un approccio concreto e orientato ai processi reali delle aziende.
Una parte centrale di questa attività riguarda lo sviluppo di soluzioni software su misura, costruite per integrarsi nei sistemi esistenti e migliorarne il funzionamento.
“Non esiste una soluzione uguale per tutti,” osserva Audino. “Ogni realtà ha le sue dinamiche. Devi entrarci dentro e lavorare su quelle.”
Dentro i processi, non sopra
Il tratto distintivo del lavoro sviluppato negli anni è proprio questo: entrare nei meccanismi reali e lavorare su ciò che tiene insieme il valore.
“Se resti fuori dai processi, non capisci davvero cosa succede,” spiega. “E quindi non puoi migliorarlo.”
Nel contesto del Made in Italy, questo significa intervenire su elementi concreti come qualità e tracciabilità.
Un esempio è quello dei progetti legati alla filiera del Parmigiano Reggiano, dove la tecnologia diventa uno strumento per garantire controllo, continuità e affidabilità lungo tutto il processo produttivo.
Un’idea italiana con uno sguardo europeo
Il percorso nasce in Italia e resta profondamente legato al tessuto produttivo nazionale.
Ma nel tempo si è allargato, con sedi anche all’estero e attività che portano competenze sviluppate qui in contesti europei.
“Non è una questione di espandersi,” dice Audino “È portare fuori quello che sappiamo fare, e allo stesso tempo aiutare le aziende italiane a stare meglio sul mercato.”
Una crescita che non punta solo alla dimensione, ma alla solidità dei progetti.
Meno racconto, più sostanza
C’è un elemento che torna spesso, parlando con lui: la distanza da tutto ciò che è solo narrazione.
“La tecnologia va bene finché serve a qualcosa,” dice. “Quando diventa solo teoria, smette di essere utile.”
È una posizione che va in controtendenza rispetto a molta comunicazione contemporanea, ma che restituisce con precisione il suo profilo: un imprenditore che preferisce costruire piuttosto che raccontare.
E forse è proprio questo uno dei tratti più interessanti di una certa imprenditoria italiana: quella che lavora dietro le quinte, ma che contribuisce in modo concreto all’evoluzione del sistema produttivo.


